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Rivista sull'infanzia e la cultura dell'adozione



MESSICO
Il Messico è una Repubblica federale situata nella parte centro-meridionale del Nord America. È delimitato a nord dal confine con gli Stati Uniti d'America, ad est dal Golfo del Messico e dal Mar dei Caraibi, a sud-est da Belize e Guatemala, e ad ovest dall'Oceano Pacifico. Si estende su una superficie di 1.972.550 km² e conta più 111 milioni di abitanti, il che lo rende il più popoloso Paese di lingua spagnola. Lo spagnolo convive con molte lingue indigene, ufficialmente riconosciute. La capitale è Città del Messico. Dal punto di vista amministrativo il Paese si suddivide in 31 Stati federali e 1 Distretto federale. La densità demografica media è di 57 ab/ km², ma in realtà la popolazione è distribuita sul territorio in modo estremamente irregolare. L'esodo provocato dalla sovrappopolazione delle campagne ha prodotto un massiccio inurbamento: la popolazione delle città è passata dal 20% del 1910 al 76% del 2005, ed è concentrata nei quattro centri di Città del Messico, Guadalajara, Netzahualcóyotl e Monterrey. Il 60% della popolazione messicana è meticcia. Il 25% è costituito da indigeni divisi in vari gruppi etnici che hanno conservato le loro tradizioni e la loro lingua. La religione predominante è quella cattolica (89%).
La vita politica messicana è stata monopolizzata per 71 anni da un “partito-Stato”, il Partito rivoluzionario istituzionale (Partido revolucionario institucional, PRI) che per la prima volta nel 2000 è stato battuto alle elezioni presidenziali dal Partito di azione nazionale (Partido de acción nacional, PAN; conservatori). Candidato per le elezioni presidenziali del 2006, Calderón, aderente al Partido de Acción Nacional (PAN), ha sconfitto il rivale Andre Manuel Lopez Obrador, candidato del Partito della Rivoluzione democratica (PRD), che ha denunciato brogli elettorali e ha scatenato una protesta popolare che ha bloccato il centro storico di Città del Messico per settimane. Tuttavia il Tribunale elettorale senza ricontare i voti ha confermato la vittoria di Calderón, che ha iniziato il suo mandato il primo dicembre 2006. Negli ultimi anni il Governo messicano ha conosciuto un’involuzione autoritaria che comprende l’impiego crescente dell’esercito in funzioni di ordine pubblico, la sospensione delle garanzie individuali in ampie zone del territorio nazionale, la creazione incostituzionale di una nuova polizia militarizzata (Cuerpo de Fuerzas de Apoyo Federal) l’uso dell’apparato giudiziario per reprimere le proteste sociali e la dissidenza politica, l’attacco costante ai diritti dei lavoratori. Il Messico ha un'economia di mercato, in cui operano però numerosi elementi di dirigismo statale, basata principalmente sul commercio, l'industria manifatturiera e quella mineraria e l'agricoltura. Intorno agli anni 1973-1976 sono stati scoperti enormi giacimenti di idrocarburi che hanno fatto crescere notevolmente la produzione di petrolio, che è divenuto il perno dello sviluppo economico del Paese.
L'agricoltura è in ritardo rispetto agli altri settori dell'economia. Impiega ancora oltre un quarto della popolazione attiva, ma contribuisce per meno del dieci per cento alla formazione del prodotto interno lordo, il che illustra l'ineguale ripartizione della ricchezza tra città e campagna. Il Messico inoltre non è autosufficiente dal punto di vista agricolo: deve importare considerevoli quantità di derrate alimentari e la denutrizione è una piaga che affligge circa il 40% della popolazione. Il settore dell'industria manifatturiera rappresenta il grande successo del Messico moderno. Una voce importante dell'economica messicana è rappresentata infine dal turismo che, favorito dai numerosi monumenti come dalle bellezze naturali e dal clima, costituisce una delle principali fonti di valuta estera.
Il Messico è un Paese in transizione e la situazione sociale si caratterizza per una forte dicotomia: parte della popolazione vive secondo gli standard dei Paesi più industrializzati del mondo, tuttavia, gran parte della popolazione vive in condizioni di povertà o di estrema indigenza, soprattutto nelle aree rurali e nelle periferie delle grandi città. Tra i segni più gravi della povertà si annoverano: l’elevato tasso di mortalità infantile (19 nati per mille nel 2008) e di mortalità neonatale (11 nati per mille nel 2004), il tasso di analfabetismo tra gli adulti (7,3% nel 2005) e il tasso di abbandono scolastico (il 27,8% dei messicani non termina la scuola elementare).
Circa tre quarti della popolazione vive in aree urbane e il 47% vive in aree sovrappopolate.
Il 17% delle abitazioni non ha accesso ad acqua potabile, il 14% non ha pavimentazione in cemento, il 22% non dispone di sistemi di scolo adeguati e il 5% non ha accesso all’elettricità. Tra i gruppi più a rischio si annoverano le famiglie che vivono nelle aree più periferiche e le popolazioni indigene sia nelle aree urbane che in quelle rurali. Dal punto di vista sanitario una piccola parte della popolazione gode di servizi forniti da ospedali che si attengono ad elevati standard internazionali, mentre il resto è coperto da un sistema di sicurezza sociale estremamente inefficiente, che non garantisce lo standard minimo richiesto.
Il Messico, insieme ad altri Paesi latino-americani, sta sperimentando un divario in rapida crescita tra reddito e distribuzione delle risorse. Una delle manifestazioni più evidenti è il crescente numero di bambini di famiglie emarginate che prendono la via della strada per scappare da condizioni intollerabili di vita in casa. Gli indici di benessere stilati dalle Nazioni Unite rivelano grandi disuguaglianze ed iniquità. La povertà e l’indigenza estrema colpiscono più del 50% della popolazione, soprattutto nelle aree rurali e nelle periferie delle grandi città. L’8% dei bambini nasce sotto peso alla nascita. Tra il 1990 e il 2007 il tasso di crescita della popolazione è stato dell’1,4%.
I bambini coinvolti nel lavoro minorile costituiscono il 16% del totale, di cui 15% sono maschi e 16% femmine. La percentuale di individui sposati al di sotto della maggiore età è del 28%, di cui il 31% nelle aeree rurali e il 21% nelle aree urbane.
Sono circa 300.000 i minori, in maggioranza indigeni, che ogni anno lasciano le comunità di origine insieme alle loro famiglie per andare a lavorare nelle zone agricole del nord del Messico. Oltre a diventare vittime di discriminazione a causa della loro lingua ed etnia, per questi bambini il lavoro nei campi è un rischio per la salute, lo sviluppo e la loro stessa vita.